venerdì 10 maggio 2013

Tizian, a cui la 'ndrangheta del Nord voleva spaccare la testa


"Prima di un atteggiamento di omertà, bisogna riscontrare una certa complicità e convenienza da parte degli imprenditori settentrionali a fare affari con la 'ndrangheta. Come spiegare altrimenti il caso della Perego Strade? (azienda infiltrata dalla mafia calabrese n.d.r.)".
Stimolato da Cesare Giuzzi, firma del Corriere della Sera, Giovanni Tizian, alla presentazione del libro La nostra guerra non è mai finita, tocca un tasto centrale nel sistema di potere, che ha consentito alla criminalità organizzata calabrese di mettere solide radici nel tessuto economico-sociale del profondo Nord. E tira in ballo quella connivenza omertosa di cui parla Ilda Boccasini, quando ribadisce a chiare lettere che gli imprenditori non denunciano.
Ha la forza tranquilla di chi vuole portare a termine la sua battaglia, Giovanni, che accenna anche all'importanza del voto non condizionato, in una regione in cui un assessore regionale pagava 20 euro ogni singolo consenso, secondo gli inquirenti: "Non bisogna rinunciare a servirsi del proprio diritto, cederlo significa perdere la dignità", afferma.
Sapessi com'è strano, parlare di 'ndrangheta a Milano. In un momento in cui è più facile voltarsi dall'altra parte, abbassare i toni, non allarmare, rassicurare, Giovanni sciorina concetti basici, ma ficcanti. Qualcuno nelle ultime file bisbiglia: "Ma chi è? Saviano?". Il tam tam di Zero, Zero, Zero non ha lasciato scampo a nessuno.
Ventiquattro anni fa la 'ndrangheta ammazzava a Bovalino Peppe Tizian, bancario, definito "funzionario integerrimo" dagli investigatori. Oggi suo figlio Giovanni è giornalista. Ha cominciato a coltivare nella civilissima Modena la passione per la scrittura ed è costretto a vivere sotto scorta.
In un'intercettazione del 2011 il boss operante in Emilia, con solidi collegamenti con le 'ndrine della Locride, Nicola "Rocco" Femia, al telefono, parlando del cronista della Gazzetta di Modena, minaccia senza mezzi termini: "Se non sta zitto gli sparo in bocca".
Allora il procuratore capo di Bologna - uno dei più accreditati alla successione di Pietro Grasso alla Procura nazionale antimafia - si mosse in prima persona per assicurargli una protezione. Giovanni, usurpato della sua libertà, racconta di essersi trovato in Sicilia e di aver scritto in quel periodo di casalesi, di 'ndrangheta e di Cosa Nostra. Insomma la cosa peggiore in questi casi è non sapere da dove proviene il pericolo.
In prima fila, in questa libreria a Cento Passi dal Duomo, c'è il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Gennari del Tribunale di Milano. La platea è composta, anche se a tratti indolente.
Gennari è finito nel mirino della Camera Penale di Milano, udite, udite, in quanto si "si è spinto sino a trattare di vicende processuali ancora pendenti e ancorché definendole tali, le ha fatalmente proposte come verità ormai acquisite". Effettivamente è un problema molto serio, come il legittimo impedimento. Anche il gip ha scritto un libro dal titolo molto eloquente, Le fondamenta della città. Come il Nord Italia ha aperto le porte alla 'ndranagheta, è un ottimo strumento di lavoro e di divulgazione per chi non mastica questi temi.
Dopo un'ora e mezza la sala si svuota celermente, Tizian, invitando alle buone pratiche di antindrangheta militante e di resistenza civile, conclude: "Tra qualche anno non ricorderò più i nomi degli uomini che ora mi privano della mia libertà. Ma nessuno potrà restituirmi mio padre. Il passato è una ferita, ma non brucia più, anzi è diventato uno stimolo per svolgere il più correttamente possibile il mio lavoro".
Quella di Giovanni Tizian è una lezione autenticamente morale, c'è tutta l'austerità di chi non si sente assoluto portatore di una missione salvifica, mancante quindi dei clamori e dei crismi del savianesimo. Ecco perché è da sposare in pieno.
Claudio Careri (@clacar1977)

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